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Milano - 1999    
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Palazzo Sormani (Biblioteca)

I prospetti di Palazzo Sormani interessati dal restauro conservativo sono tre: la facciata Barocca su Corso di Porta Vittoria composto di due ordini di finestre impreziosite da ricche cornici con cimase molto mosse, da tre balconate disposte su tre piani prospettici e da un timpano curvilineo.



Tutti gli elementi lapidei che compongono il decoro della facciata, presentano sulle loro superfici patine, depositi, croste, esfoliazioni e corrosioni . La facciata Neoclassica verso il giardino caratterizzata da un parapetto, concepito come una grande balaustra che percorre tutta la lunghezza della fonte e coronato da otto statue di diverse dimensioni, quattro gruppi scultorei con simboli araldici, sei grandi vasi ed un gruppo composto da due angeli ed un'aquila con al centro un orologio che funge da fastigio.tutti questi elementi scultorei presentano situazioni di avanzato degrado; presenza di profonde fessurazioni, notevole caduta di parti distali e generale corrosione. Le facciate su via Sforza e via Andreani e del cortile interno non sono molto ricche di elementi decorativi e il degrado è riconducibile a quello degli altri prospetti. La principale causa di degrado delle superfici di Palazzo Sormani è dovuta al deposito di particellato atmosferico che aveva vistosamente scurito le parti non esposte al periodico dilavamento delle acque meteoriche.

La deposizione del particellato, e della relativa formazione di croste nere, è legata al microclima intorno al Palazzo ed in particolare all'irraggiamento solare ed a fenomeni di condensa superficiale, ma anche a fattori antropici e soprattutto al traffico.



Un'evidente fonte di degrado sono i piccioni che in gran numero si posavano e si posano soprattutto sulle superfici orizzontali delle cornici, dove si era accumulato uno spesso strato di guano. La crescita dei miceli è causa di alterazioni della superficie del marmo per l'azione meccanica delle ife fungine che esercitano anche un attacco chimico, secernendo metaboliti acidi che contribuiscono alla dissoluzione di materiale calcareo. Alcuni elementi mostravano formazione di croste sollevate e decoesione cristallina, tipiche del fenomeno della solfatazione, cioè della trasformazione del carbonato di calcio in solfato (gesso).

Le parti maggiormente degradate sono state trattate con resina a base di etil silicato. Il preconsolidamento è servito per ricostituire la coesione dei cristalli, senza impartire idrorepellenza alla pietra, permettendo di eseguire poi la pulitura con soluzioni acquose. Ove si sono trovate croste dure sollevate si è proceduto alla velinatura con carta giapponese che ne ha permesso il riposizionamento, al momento dell'applicazione dell'etil silicato, mediante la pressione di rullini di Teflon. Dopo la polimerizzazione della resina impiegata si è proceduto con la pulitura con diverse tecniche a secondo dei livelli di degrado.



Le superfici dilavate sono state pulite con acqua atomizzata, regolando la pressione e la distanza degli ugelli in modo da disciogliere i depositi polverulenti, senza attaccare la superficie.

Le parti lisce, coperte da croste nere particolarmente spesse su una superficie lapidea in buone condizioni, sono state pulite mediante microsabbiatura di precisione, dopo aver stabilito con prove la pressione ed il tipo di inerte da impiegare.

Le superfici caratterizzate da complessi elementi decorativi, quali le cornici ed i capitelli, ove sono stati individuati fenomeni di solfatazione o avanzata decoesione cristallina, dopo il preconsolidamento, sono state pulite con l'applicazione di impacchi di polpa di carta imbibita di una soluzione di ammonio carbonato in acqua distillata, con l'aggiunta di Neodesogen, con funzione sia di tensioattivo che di biocida.

Dopo l'eliminazione degli impacchi, la superficie è stata accuratamente sciacquata con acqua deionizzata per asportare i residui. Eseguita la pulitura sono emerse un numero elevatissimo di ricostruzioni cementizie vistose e malfatte. Tali ricostruzioni in alcuni casi avevano provocato lo sgretolamento della materia lapidea sottostante; in altri la forte adesione al supporto rendeva impossibile la loro asportazione senza provocare ulteriori danni per il litoide.

L'intervento di restauro si è sviluppato in due differenti fasi: la prima di demolizione dei frammenti pericolanti e in fase di distacco; la seconda fase è consistita nella mimetizzazione del cemento tramite bocciardatura e velatura mimetica dello stesso. Terminata la pulitura si è proceduto ad un accurato controllo delle sigillature dei giunti, infatti la decoesione della malta di allettamento permette la penetrazione dell'umidità di condensa e delle acque meteoriche, favorendo fenomeni di gelività. Il rifacimento delle sigillature è stato eseguito con malta a base di calce Lafarge e polvere di marmo: questo composto è caratterizzato da irrilevante rilascio di sali solubili e da durezza, porosità e dilatazione termica affini a quelle del materiale lapideo.

Si è inoltre eseguito un accurato controllo statico degli elementi aggettanti , delle mensole e della balaustra; ove necessario sono stati inseriti perni in teflon e in acciaio inox imbevuti di resina poliestere. In particolare il consolidamento statico ha riguardato il gruppo scultoreo composto da due angeli ed un'aquila, posto al centro della balaustra. Il gruppo scultoreo è caratterizzato dalla presenza di tre campane con il meccanismo di martelli inceppato e la loro copertura irrecuperabile per l'80%. L'intervento è consistito nella messa in sicurezza del gruppo campanario con il rinforzo di tutta la struttura mediante piattine e tondini in acciaio inox ed il rifacimento integrale della copertura con fogli di rame passivato e protetto. Infine le parti che hanno subito fenomeni di solfatazione o decoesione cristallina sono state trattate con il consolidamento per mezzo di resina appropriata: RC 80 Rhone-Poulenc. L'intervento è stato completato con l'applicazione a spray di idrorepellente a base siliconica Silirain 50.


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